Il Draconianus con lo stendardo del dragoI romani ripresero molti miti greci, inclusi quelli sui draghi. I greci e i romani ritenevano che i draghi fossero in grado di capire i segreti della terra e attribuivano a queste creature qualità protettive, ma anche la capacità di incutere timore. Per queste ragioni, il drago divenne un simbolo militare adottato da alcune coorti dell’esercito romano, in particolare dalla cavalleria. C’era persino un soldato chiamato draconianus, appositamente incaricato di portare lo stendardo col simbolo del drago; a questa insegna veniva applicata una “manica a vento”, che produceva un sibilo quando il draconianus sventolava il vessillo.

Anche molti storici romani parlarono dei draghi, come Gaio Giulio Solino nella De Mirabilibus Mundi, libro XXX, capitolo 13 e Pomponio Mela. Inoltre queste creature sono citate nella Naturalis Historia di Plinio il Vecchio e nella favola La volpe e il drago di Fedro.

 

 

Naturalis Historia: gli elefanti e i draghiNaturalis Historia: libro VIII, capitolo 13
di Plinio il Vecchio (o Gaio Plinio Secondo)

Nella sua enciclopedia Naturalis Historia, in particolare nel libro VIII (il primo dei tre dedicati alla zoologia), lo scrittore e naturalista romano Plinio il Vecchio parla anche dei draghi. Stando a quanto scrive Plinio, i draghi si cibano di elefanti: per catturarli li assalgono da un alto albero e li lanciano in aria. L'elefante, sapendo che il drago non potrebbe sopportare il suo peso, appena lo scorge lo spinge verso dei grossi alberi e tenta di schiacciarlo, ma il drago lo blocca avvolgendo le zampe del mammifero con la propria coda e poi lo soffoca. Il cibo preferito dai draghi è l'occhio, per questo è facile scorgere elefanti ciechi. Durante la stagione calda, i draghi si immergono in acqua per catturare elefanti assetati e bere il loro sangue.
In Etiopia e in India, queste creature vengono allevate e usate da re Giuba (Iuba in latino) come muro difensivo.

 

 

Fedro: La volpe e il drago
da Fabulae, libro IV, capitolo 21

Nella favola di Fedro La volpe e il drago, questa creatura appare per la prima volta come guardiano di tesori e rappresenta l’avarizia. Questo è il testo, che è stato talvolta criticato per la morale quasi più lunga del racconto che rende la favola più simile a un sermone contro l’avarizia:

Una volpe, nello scavarsi la tana, arrivò nel recesso più interno della grotta di un drago, che custodiva tesori nascosti. Non appena lo scorse disse: "Ti prego anzitutto di perdonare la mia sbadataggine; poi, se ben capisci quanto l'oro non si addica alla mia vita, rispondimi gentilmente: quale frutto ricavi da questo lavoro, ovvero quale ricompensa è tanto grande da privarti del sonno e farti trascorrere la vita nelle tenebre?" "Proprio nessuna", disse, "ma questo compito mi è stato assegnato dal sommo Giove". "Allora non prendi nulla per te e non dai nulla a nessuno?" "Così piace al fato". "Non adirarti se ti parlo francamente: è nato in odio agli dei chi è simile a te."

Stando per andare la dove i primi andarono,
perché con mente cieca tormenti il misero spirito?
Ti dico, avaro, gioia del tuo erede,
che defraudi dell’incenso gli dei, te stesso del cibo,
che odi il suono musicale della triste cetra,
che il piacere dei flauti disgusta,
a cui i prezzi delle leccornie provocano pianto,
che mentre ammucchi soldi al patrimonio
stanchi il cielo col brutto giuramento,
che circoncidi ogni spesa del funerale,
perché Libitina (dea dei funerali) non abbia qualcosa di guadagno dal tuo.

 

 

Tunisia - 1^ guerra punica:
le truppe di Attilio Regolo affrontano un drago

Presso il fiume Bagrada (oggi Mejerdah, nell’attuale Tunisia) le truppe romane di Attilio Regolo vennero attaccate da un gigantesco drago. Questo mangiò molti soldati e ne uccise molti altri colpendoli con la coda. Il suo alito era pestilenziale e la sua pelle era impenetrabile ai giavellotti e a ogni sorta di altra arma. Attilio Regolo preparò le catapulte e con massi giganteschi riuscì a spaccargli la colonna vertebrale. L'odore della carcassa era nauseabondo, cosicché i soldati dovettero spostare l'accampamento. Il corpo di 120 piedi (36 metri) di lunghezza fu portato al Vaticano.
Di questa leggenda parlano gli scrittori romani Plinio il Vecchio, Valerio Massimo, Floro, Orosio, Cassio Dione, Livio, e molti altri.